La somma finale arriva a 200 miliardi. Come dire, la metà dell'intera capitalizzazione della Borsa Italiana. Oppure la totalità delle sofferenze in pancia alle banche italiane. È una cifra senza dubbio sottostimata perché non include gli investimenti di natura finanziaria, vale a dire l'acquisto di partecipazioni di minoranza o i chip comprati a Piazza Affari. In breve, il jackpot, secondo gli esperti, si spingerebbe anche sopra i 300 miliardi. Li hanno sborsati gli investitori internazionali per piazzare le loro pedine sullo scacchiere del mercato italiano dal 2006. Un trend che negli ultimi anni ha subìto una buona accelerazione con picchi di 27 e 32 miliardi tra il 2014 e il 2015 e 19 puntati nell'anno appena concluso. E il bello potrebbe ancora venire, visto che il carniere delle cessioni di aziende, e la fetta di privatizzazioni ulteriori disegnata dal governo, include ancora pezzi grossi come le Ferrovie dello Stato e un ulteriore pacchetto di Poste. Ma quello che colpisce è il numero delle operazioni, 1.340 acquisizioni in dieci anni. E qui parliamo solo del passaggio del controllo del capitale. Se si includono le quote di minoranza, il numero facilmente raddoppia. Nel 2016 il totale è esploso. Gli investitori esteri hanno chiuso 240 operazioni su asset della Penisola, con una crescita del 19,4%, secondo i dati freschi di stampa elaborati dai consulenti di Kpmg. È il picco storico. L'Italia piace. E sembra piacere sempre di più. il rafforzamento dei mercati finanziari, la disponibilità di capitali in alcune economie emergenti, il miglioramento della fiducia nei confronti del nostro Paese. E questo malgrado le difficoltà del sistema bancario. Perché gli investitori guardano piuttosto alle prospettive di più lungo periodo. Insomma, ormai oltre un terzo dell'attività di M&A che coinvolge il Paese ha una cabina di regia all'estero.

Un gettone da 5 miliardi

In fila, americani, giapponesi, inglesi e tedeschi. Ma sul podio si confermano sempre loro. I «cugini» francesi. Vincent Bolloré dalla sua cabina di regia di Vivendi in Avenue de Friedland a Parigi ha sbaragliato tutti. Nel giro di poco di più di dodici mesi ha puntato 5 miliardi cash sul Tricolore, tra la quota in Telecom Italia e quella appena spuntata in Mediaset. In tutto da Parigi sono arrivati poco meno di 50 miliardi comprando 185 aziende, di queste 34 lo scorso anno. A spingere verso l'alto il totalizzatore ha senza dubbio contribuito l'offerta per 3,5 miliardi dell'asset manager Amundi per il gruppo Pioneer messo in vendita da Unicredit. E la sua parte l'ha fatta anche il colosso Lactalis della famiglia Besnier che ha puntato 640 milioni per portare via da Piazza Affari la Parmalat, sempre che gli azionisti aderiscano al prezzo dell'offerta. Il ticket più cospicuo la riservata famiglia della Mayenne (Loira) avevano pagato nel 2011 in tutto 3,7 miliardi per disegnare un nuovo cammino a una delle più grandi aziende del Paese dopo il crac della famiglia Tanzi. «I francesi tradizionalmente puntano su alimentare, lusso e servizi finanziari», spiega Maximilian Fiani, partner di Kpmg che ha elaborato l'analisi per Corriere Economia —. Intervengono facilitati dal fabbisogno di capitali strategici quando l'azionista vende». Come del resto tutti gli stranieri.

Piccole multinazionali

Cosi ha d'altronde fatto la tedesca Heidelberg Cement con l'Italcementi, oppure ChemChina nei confronti di Pirelli. «Ma queste operazioni hanno il vantaggio di proiettare i gruppi, prima strettamente familiari, in una dimensione mondiale», osserva ancora Fiani. A differenza dei francesi, gli investitori americani e giapponesi guardano più all'industria che nasconde un cuore di tecnologia da coltivare e alimentare con nuovi sbocchi sui mercati. Cosa più ardua da fare da soli. Più difficile è quantificare se questo shopping crei valore e occupazione in Italia. Molte delle imprese estere che comprano cercano di unire forze e competenze per raggiungere nuovi mercati. «In Italia spesso trovano aziende che sono già piccole multinazionali», racconta Fiani. Altro caso emblematico è la Breda, ex società in difficoltà di Leonardo-Finmeccanica, che è stata invece alimentata da maggiori volumi produttivi dalla Hitachi Rail. In generale, l'Italia pesa ormai circa il 40% delle attività produttive del gruppo. Più in generale, i dati di Kpmg indicano, nella fase post-acquisizione, un impatto positivo per le imprese sui ricavi, 7% in media annua contro il 4,6 di imprese non oggetto di shopping. «II 2016 non è stato un anno facile per l'Italia, condizionata dalla politica e dal tema delle banche. Eppure, in uno scenario cornplicato, gli investitori non hanno mai smesso di credere nel Paese — osserva Andrea Donzelli, co-head delle attività di investment banking per l'Italia di Credit Suisse —. In quotazioni come quelle di Enav e Technogym, la presenza di investitori esteri è stata importante». Quasi 600 milioni li ha messi in gioco anche il gruppo delle infrastrutture Abertis che ha rilevato l'autostrada Serenissima nell'ambito di un investimento cornplessivo del sistema Spagna di 10,3 miliardi. Gli Stati Uniti si confermano i maggiori big spender dopo i francesi con 32,9 miliardi, seguiti a ruota dagli inglesi che in un decennio hanno rilevato Cerved, Coin e Avio (poi rivendute) ma soprattutto attraverso l'attività di private equity. Vale la pena segnalare che il numero delle operazioni si sta ampliando velocemente perché, dopo molti grandi gruppi, adesso sono le medie aziende a passare di mano.